Il cavallo di Troia della nuova legge sul femminicidio, regalo di Meloni “a suo modo femminista” per l’8 marzo

Come ramoscello di mimosa quest’anno abbiamo ricevuto nuove norme che vengono propagandate come prova del femminismo di Giorgia Meloni. La ministra Roccella poi, a nome del governo, attribuisce all’operazione l’intento di promuovere vero cambiamento culturale. Il tutto amplificato dalla fanfara delle fake news di regime, che un tempo si chiamavano veline.

L’unica reale novità è che la parola femminicidio, ormai entrata nel linguaggio comune grazie a decenni di lotte, è stata introdotta nel codice penale con il suo usuale e ormai inequivoco significato di uccisione di una donna in quanto donna, per una forma d’odio per il diverso affine a quello razziale, che infatti è anch’esso normato.

Si tratta di un inganno, è evidente, le destre non hanno mai difeso i diritti e la libertà delle donne, e nemmeno la sinistra : le grandi conquiste, come il divorzio e l’aborto qui da noi, sono frutto della mobilitazione di masse di donne per lo più non politicizzate, unite solo dalla ribellione all’ oppressione violenta.

Tragicamente anche stavolta la sinistra è assente, lasciando che a piantare la bandiera sulla terra liberata da altri sia un governo fascista.

Quel che è peggio è che gli inganni non provengono solo dai media e dal popolo di destra o qualunquista, ma anche dall’interno del movimento femminista.

Le interviste celebrative della “festa della donna”, alla filosofa femminista Rosy Braidotti e alla teologa femminista suor Teresa Forcades ne sono un buon esempio. Braidotti si lascia andare a un inaccettabile slancio inclusivo, definendo il Presidente del consiglio “a suo modo femminista” e suor Teresa anch’essa animata da spirito unitario si apre a riconoscere che la salvezza non esiste solo nella religione.

Questo cosiddetto e in verità gattopardesco cambiamento culturale, non è altro che la tristemente nota appropriazione del linguaggio dei movimenti rivoluzionari per svuotarlo di senso, devitalizzare e confondere, allo scopo di paralizzare la rivolta.

L’incipit dello storico slogan degli anni 70 “Il corpo è mio” racchiude l’essenza della lotta di liberazione delle donne: salvare il corpo – e non solo quello delle donne – dall’annullamento e dalla negazione con cui la ragione e la religione, fedeli alleate, lo hanno violentato per millenni.

Buon 8 marzo, una giornata come tante altre di lotta e resistenza, da Cassandra

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